Lugano occupa spazi e sof­foca idee?

Questo commento è apparso sul quotidiano La Regione del 19.06.2026   → all’articolo

19 giugno 2026 |di Niccolò Castelli, direttore artistico Giornate di Soletta

La città che ambi­sce a diven­tare Capi­tale della Cul­tura non coglie l’oppor­tu­nità di affi­dare alcuni dei suoi spazi migliori a idee che ancora non cono­sce. Eppure è pro­prio da que­ste idee che una città si rin­nova, diventa attrat­tiva, inno­va­tiva e viva. E l’oppor­tu­nità c’era, c’è, ma fin­ché non rico­no­scerà vera­mente il signi­fi­cato di “cul­tura indi­pen­dente”, Lugano non saprà dav­vero valo­riz­zarla. Forse la man­cata asse­gna­zione del titolo di Capi­tale della Cul­tura Sviz­zera 2030 offre almeno un’occa­sione: ribal­tare la pro­spet­tiva. Non è la cul­tura indi­pen­dente ad aver biso­gno della legit­ti­ma­zione dell’isti­tu­zione, ma è l’isti­tu­zione a neces­si­tare delle idee, dell’ener­gia e della vita­lità di una cul­tura libera e, appunto, indi­pen­dente.

Penso a tutto que­sto men­tre fac­cio due passi alla Foce del Cas­sa­rate, pra­ti­ca­mente l’unico vero spa­zio pub­blico cit­ta­dino in cui vi è un accesso diretto al lago.

Lugano Marit­tima non è sem­pli­ce­mente un evento estivo.

È una scelta urbana e poli­tica pre­cisa: un modello alta­mente con­trol­lato, for­mal­mente ordi­nato, este­ti­ca­mente uni­forme. Un insieme di casette iden­ti­che, un’offerta stan­dar­diz­zata e una pro­gram­ma­zione musi­cale ridotta spesso a fun­zione di accom­pa­gna­mento, più che di pro­po­sta cul­tu­rale. Anche i prezzi pra­ti­cati con­tri­bui­scono a ren­dere quello spa­zio meno acces­si­bile a una parte della cit­ta­di­nanza. La recente deci­sione del Muni­ci­pio ne riduce ulte­rior­mente l’aper­tura, fino a limi­tare la pos­si­bi­lità stessa di attra­ver­sarlo libe­ra­mente. A guar­darlo bene, Lugano Marit­tima intro­duce nello spa­zio pub­blico una logica di uso for­te­mente rego­lato e poco per­mea­bile. Non è quindi solo una que­stione di gusto, bensì una defi­ni­zione pre­cisa di cosa possa essere – e non essere – lo spa­zio pub­blico.

La Città non si limita a met­tere a dispo­si­zione i suoi spazi pub­blici più attrat­tivi: ne defi­ni­sce diret­ta­mente con­te­nuti, cor­nice e moda­lità di uti­lizzo. È una scelta legit­tima, anche se ati­pica rispetto a quanto avviene nelle altre città sviz­zere, che restringe però il mar­gine per visioni diverse di città.

Il tema non è archi­tet­to­nico né orga­niz­za­tivo. È poli­tico: la cul­tura indi­pen­dente è con­si­de­rata una com­po­nente strut­tu­rale della vita cit­ta­dina oppure una pre­senza da con­fi­nare ai mar­gini? La sen­sa­zione è che la Città non si fidi ancora abba­stanza della pro­pria comu­nità cul­tu­rale per con­di­vi­dere con lei una parte degli spazi pub­blici più signi­fi­ca­tivi, accet­tando che il risul­tato possa essere diverso da ciò che avrebbe potuto pre­ve­dere e pro­gram­mare auto­no­ma­mente.

Sem­pre la Foce del Cas­sa­rate torna utile come esem­pio. Dopo la riqua­li­fi­ca­zione del 2014, lo sbocco del fiume sul lago è diven­tato uno dei luo­ghi pub­blici più riu­sciti di Lugano: aperto, acces­si­bile, libero. Negli anni suc­ces­sivi, però, durante l’estate lo spa­zio è stato pro­gres­si­va­mente occu­pato da una pro­gram­ma­zione defi­nita dall’isti­tu­zione stessa.

L’affluenza a Lugano Marit­tima non dimo­stra che il modello attuale sia il migliore. Dimo­stra piut­to­sto il valore del luogo in cui si inse­ri­sce. La forza non è neces­sa­ria­mente del for­mat: è della Foce stessa. L’alter­na­tiva, oggi, non dispone di pari con­di­zioni di accesso, risorse e visi­bi­lità. E que­sto pro­duce un effetto sem­plice: il pub­blico non ha real­mente la pos­si­bi­lità di sce­gliere tra modelli diversi.

Se esi­stesse un’altra pro­po­sta, radi­cal­mente diversa, la Città sco­pri­rebbe che il con­senso è una con­se­guenza delle con­di­zioni.

Per­ché non desti­nare almeno una parte di que­sti luo­ghi a pro­ce­dure real­mente aperte e com­pe­ti­tive, capaci di far emer­gere visioni diverse di città?

Dopo anni di tavoli di lavoro sulla cul­tura indi­pen­dente, dopo le ruspe all’ex Macello e sul Morel ed espe­rienze “straor­di­na­rie” (solo per citare alcuni esempi fra i tanti e diversi pro­getti e sti­moli) è dif­fi­cile indi­vi­duare cam­bia­menti con­creti negli spazi e nelle oppor­tu­nità messe a dispo­si­zione dalla Città a que­ste realtà.

Se la Città avesse dato coe­renza alla “Carta della Gerra”, avrebbe potuto già spe­ri­men­tare modelli diversi pro­prio par­tendo da qui, dalla Foce. Invece di orga­niz­zare auto­no­ma­mente Lugano Marit­tima, la Città avrebbe potuto indire un con­corso pub­blico di pro­getti per affi­dare l’estate della Foce a una realtà indi­pen­dente, sele­zio­nata da una giu­ria qua­li­fi­cata. Avremmo sco­perto una pro­gram­ma­zione pro­ba­bil­mente straor­di­na­ria, sor­pren­dente. Cer­ta­mente diversa.

La Foce sarebbe rima­sta uno spa­zio libero non per­ché privo di regole, ma per­ché aperto a un risul­tato non deciso in anti­cipo. È così che una città mostra di essere viva.

Oggi invece vediamo l’oppo­sto. La replica del “salotto di Lugano” è una scelta com­pren­si­bile: è ordi­nata, con­trol­la­bile, poli­ti­ca­mente ras­si­cu­rante. Ma una città che si limita a que­sto smette di pro­durre imma­gi­na­rio.

Quin­dici anni fa una parte della poli­tica cit­ta­dina con­te­stava la tra­sfor­ma­zione della Foce; quella stessa parte oggi la con­si­dera uno dei sim­boli della città. È la prova che ciò che ini­zial­mente appare insta­bile o con­tro­verso può diven­tare, col tempo, iden­tità con­di­visa. Il rico­no­sci­mento arriva sem­pre dopo.

Chi allora temeva quelle forme di libertà urbana potrebbe oggi fare tesoro di quella lezione. Per que­sto la domanda rimane sem­plice: per­ché non pro­vare?

A fine ago­sto, quando chiu­derà Lugano Marit­tima, Lugano potrà sce­gliere se ripe­tersi oppure aprire uno spa­zio a ciò che ancora non cono­sce. Una città non diventa capi­tale della cul­tura quando ottiene un titolo. Lo diventa quando accetta il rischio delle idee.

La Foce del Cassarate © Officina del Paesaggio