5 agosto 2026 |di Niccolò Castelli, direttore artistico Giornate di Soletta
Quante volte ci è capitato di sentirci esploratori, percepirci operai, campioni olimpici o persino supereroi, senza esserlo mai stati? Succede al cinema. Quante volte abbiamo potuto accedere a domande, dubbi, possibilità e paure, grazie a un’esperienza condivisa. Quante volte nel buio di una sala.
Nell’ultimo anno in molti abbiamo vissuto un turno di notte in ospedale. Sì, per due ore abbiamo potuto vivere sulla pelle la fatica di un’infermiera in corsia. Con lei, fra un paziente e l’altro, abbiamo provato la sensazione fisica e psicologica che si prova mentre si corre fra una flebo e un elettrocardiogramma. Ci siamo posti domande, abbiamo provato le difficoltà della scelta nelle priorità: capire cosa significa aiutare l’altro, essere buoni professionisti, sentire i limiti dentro i quali si riesce a lavorare e quando “è troppo”, e la stanchezza ha il sopravvento.
Eravamo in una sala cinematografica e stavamo guardando il film “Heldin”, di Petra Volpe, che fra qualche giorno sarà in Piazza Grande con il suo nuovo tema, fondamentale, legato alle carceri e alla salute mentale. “Heldin” dicevamo, “L’ultimo turno”, il film svizzero più visto dell’anno e che ha girato il mondo su migliaia di schermi. Siamo entrati nelle sale delle Giornate di Soletta, qui a Locarno, nei cinema, per metterci in risonanza con lei, Flora, l’Heldin, l’eroina protagonista della pellicola. E quell’esperienza credo ci abbia coinvolti, messi in discussione. Eravamo centinaia di “io” che si immedesimavano nel turno di notte di un’infermiera. Con idee diverse sulla sanità, sulla politica sanitaria, sulle priorità del nostro Paese, per due ore eravamo diventati un “noi” che con quel mestiere, quel mondo, aveva condiviso uno spicchio, e forse ne aveva compreso un poco dell’essenza. Quel che è successo, grazie al cinema, è che per due ore abbiamo smesso di vedere un’infermiera e abbiamo incontrato una persona. Una vita prima del suo ruolo sociale. In un tempo in cui le etichette arrivano prima delle persone, in cui un migrante è definito da provenienza e destinazione e non con il suo nome proprio, questo ha un valore immenso. Perché solo dopo aver incontrato la persona possiamo tornare a discutere del suo ruolo sociale, della sua professione e delle decisioni che la riguardano.
Dall’“io” a un “noi”. Che potenza civica, sociale. Al cinema il tempo personale di ogni singolo individuo batte allo stesso ritmo del tempo collettivo, assieme a quello di tutti coloro che guardano il film assieme, al buio. Ognuno sperimenta una vita, cento vite. Diverse. Senza perdere la propria.
Al cinema abbiamo vissuto l’ansia di compiere delle scelte, la paura di fare errori, l’emozione di una scoperta… Al cinema accade qualcosa di straordinario: per un tempo definito scompaiono le differenze dei singoli: non sappiamo chi ci siede accanto quale lingua parli, come è vestito, che lavoro faccia, come la pensi. Al cinema siamo e restiamo persone diverse, ma che per quel tempo, stabilito e scritto, guardano nella stessa direzione. Al cinema entri solo ed esci insieme avendo condiviso qualche cosa. Lo osservo quando vedo le migliaia di persone che assistono alle proiezioni alle Giornate di Soletta, e anche qui a Locarno: migliaia di persone diverse fra loro escono dalle sale. Parlano con sconosciuti. Discutono. Litigano persino. Succede perché hanno visto lo stesso film. Condividono un punto di partenza. E penso spesso che forse la migliore democrazia assomigli proprio a questo: non essere d’accordo su tutto, ma avere ancora qualcosa di cui parlare insieme.
La sala cinematografica non cancella gli individui, li mette in relazione. La democrazia e il cinema funzionano quando viviamo sulla pelle la vita di qualcun altro. Il cinema è generoso e ci chiede di essere generosi. Ci offre la possibilità di condividere quell’emozione; che sia un pianto inghiottito, una risata esplosa o un urlo silenzioso. Di condividere queste emozioni con uno sconosciuto a dieci centimetri da noi, al buio. Farebbe ridere, anzi fa ridere.
Pensatevi: piangereste commossi, ridereste fino alle lacrime o dormireste mai a 10 centimetri da uno sconosciuto? Ma è pure potente. È potente perché quella condivisione è parte fondante dell’emozione, la alimenta e la costruisce. È un atto di empatia. E l’empatia è alla base del saper convivere in libertà. È entrare in comunicazione con l’altro. Determinarsi con l’altro. Non annullarsi. Non prevaricarlo. È un atto politico, sociale, umano che – forse – dovrebbe accompagnare ogni scelta. E per metterci in risonanza con l’altro, dobbiamo incontrarci, sentirci, anche con chi la pensa diversamente. Come in un film in cui suono, musica e immagini si muovono alla stessa velocità, si allineano per creare immaginazione e raccontare il reale.
Si dice che il cinema sia la settima arte perché è la somma delle altre sei che si organizzano e strutturano per creare qualcos’altro. È la somma delle loro singole capacità. Ogni voce partecipa alla costruzione di un linguaggio unico.
Guardando alla storia del nostro Paese non è un caso, a mio parere, che una delle prime grandi decisioni della Svizzera moderna – quella nata nel 1848 – fu una scelta visionaria: unire il Paese realizzando il traforo del San Gottardo. Prima di tutto volevamo incontrarci, conoscerci, vederci. Al di là e al di qua delle Alpi. Per sperimentare cosa siano stati, quel cantiere ferroviario di fine ’800 e un secolo dopo quello autostradale, ci viene in aiuto “San Gottardo” di Villi Hermann, un regista e produttore da cui ho imparato passione e determinazione. Con quella pellicola ci fa vivere la fatica dei minatori che hanno scavato metro dopo metro i tunnel che collegano il Nord e il Sud del nostro Paese. Allo stesso tempo ci permette di entrare nelle stanze della politica e dell’economia del Paese nel momento di quelle scelte, certo non facili, con tutte le loro criticità.
Dopo aver visto “San Gottardo” usciamo dalla sala con addosso la polvere dell’esplosivo e del granito sbriciolato, scavato, con il caldo delle viscere delle Alpi, con gli occhi bianchi dei minatori che guardano la cinepresa, che bucano il buio del tunnel. Usciamo arricchiti da un’esperienza umana e politica allo stesso tempo.
Il cinema ci invita a lasciare per due ore il nostro punto di vista, la nostra casa. È possibile creare un “noi” nell’era digitale? Il cinema lo fa portando le persone all’evento collettivo della sala, ai festival, alle proiezioni, ai momenti di incontro. Quanto è potente poter accendere un unico schermo che difficilmente sta in una tasca ma fa stringere davanti a sé. Aspettando e aspettandosi che sia lui a iniziare il racconto. Quanto è liberatorio, lì davanti, concedersi il silenzio? Quanto è importante concedersi all’ascolto? L’io si spegne nel buio della sala per accendere un noi.
Forse è per questo che continuiamo ad avere bisogno del cinema e della cultura, dell’arte, perché ci ricorda come i gesti, le intuizioni, il talento, l’espressività dei singoli collaborino a costruire un patrimonio collettivo. Da cui, di nuovo, ognuno singolarmente può trarre pensiero, spunto e traiettorie.
Fotogrammi, uno dopo l’altro, di vite – anche la nostra – che scorrono, montati fra loro, unici se immobili ma un tutt’uno nel movimento, spingendoci a negoziare invece che a costruire un nemico.
Ogni fotogramma è immobile. È il montaggio che crea la dinamica. È il legame tra un’immagine e l’altra che crea il film. Anche una comunità funziona così. Nessuno di noi basta a sé stesso. È il legame fra le persone che costruisce il racconto. E tanto più diverse sono e saranno le persone, tanto più ricco sarà il racconto. Tante più le lingue, tanto più variopinto il linguaggio.
Quella sera, uscendo dal cinema dopo “Heldin”, nessuno di noi era diventato infermiere. Ma tutti, credo, comprendevamo un po’ meglio cosa significa esserlo. Forse è questo il compito del cinema. Non renderci uguali. Ma renderci capaci di comprendere meglio la vita degli altri. Perché una comunità non nasce quando tutti pensano allo stesso modo. Nasce quando persone diverse scelgono, ancora e ancora, di guardare nella stessa direzione.
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Questo testo è parte del discorso pronunciato il 1° d’agosto a Locarno ed è apparso sul quotidiano La Regione del 05.08.2026 in occasione dell’apertura del 79. Locarno Film Festival → all’articolo